Tanti auguri a te
Questa è la versione italiana della celebre “Happy birthday to you”. 
“Cara” è una bellissima canzone di Lucio Dalla del 1980. Il brano è una dolce lettera d’amore e il titolo originale avrebbe dovuto essere “Dialettica dell’immaginario”. La canzone è una malinconica riflessione di un innamorato che pensa alla sua amata che lui sente ormai lontana.
Cosa ho davanti, non riesco più a parlare,
dimmi cosa ti piace, non riesco a capire: dove vorresti andare?
vuoi andare a dormire.
Quanti capelli che hai, non si riesce a contare,
sposta la bottiglia e lasciami guardare,
se di tanti capelli ci si può fidare.
Conosco un posto nel mio cuore
dove tira sempre il vento,
per i tuoi pochi anni e per i miei che sono cento
non c’è niente da capire, basta sedersi ed ascoltare.
Perché ho scritto una canzone per ogni pentimento
e debbo stare attento a non cadere nel vino
o finir dentro ai tuoi occhi, se mi vieni più vicino.
La notte ha il suo profumo e puoi cascarci dentro
che non ti vede nessuno
ma per uno come me, poveretto, che voleva prenderti per mano
e cascare dentro un letto…
che pena! Che nostalgia,
non guardarti negli occhi e dirti un’altra bugia.
Almeno non ti avessi incontrato!
Io che qui sto morendo e tu che mangi il gelato.
Tu corri dietro al vento e sembri una farfalla
e con quanto sentimento ti blocchi e guardi la mia spalla,
se hai paura a andar lontano, puoi volarmi nella mano,
ma so già cosa pensi, tu vorresti partire
come se andare lontano fosse uguale a morire
e non c’è niente di strano ma non posso venire.
Così come una farfalla ti sei alzata per scappare
ma ricorda che a quel muro ti avrei potuta inchiodare,
se non fossi uscito fuori per provare anch’io a volare
e la notte cominciava a gelare la mia pelle,
una notte madre che cercava di contare le sue stelle
io lì sotto ero uno sputo e ho detto: “olè, sono perduto!”.
La notte sta morendo
ed è cretino cercare di fermare le lacrime ridendo,
ma per uno come me, l’ho gia detto,
che voleva prenderti per mano e volare sopra un tetto…
Lontano si ferma un treno,
ma che bella mattina! Il cielo è sereno.
Buonanotte, anima mia,
adesso spengo la luce e così sia.
“Farewell” è una bellissima poesia d’amore messa in musica da Francesco Guccini. Il brano è tratto dall’album “Parnassius Guccinii” del 1993. Il titolo richiama “Farewell Angelina” di Bob Dylan. E il brano è proprio dedicato alla sua vecchia compagna Angela.
E sorridevi e sapevi sorridere coi tuoi vent’ anni portati così,
come si porta un maglione sformato su un paio di jeans;
come si sente la voglia di vivere
che scoppia un giorno e non spieghi il perché:
un pensiero cullato o un amore che è nato e non sai che cos’è.
Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani,
giorni a chiedersi tutto cos’era, vedersi ogni sera;
ogni sera passare su a prenderti con quel mio buffo montone orientale,
ogni sera là, a passo di danza, a salire le scale
e sentire i tuoi passi che arrivano, il ticchettare del tuo buonumore,
quando aprivi la porta il sorriso ogni volta mi entrava nel cuore.
Poi giù al bar dove ci si ritrova, nostra alcova,
era tanto potere parlarci, giocare a guardarci,
tra gli amici che ridono e suonano attorno ai tavoli pieni di vino,
religione del tirare tardi e aspettare mattino;
e una notte lasciasti portarti via,
solo la nebbia e noi due in sentinella,
la città addormentata non era mai stata così tanto bella.
Era facile vivere allora ogni ora,
chitarre e lampi di storie fugaci, di amori rapaci,
e ogni notte inventarsi una fantasia da bravi figli dell’ epoca nuova,
ogni notte sembravi chiamare la vita a una prova.
Ma stupiti e felici scoprimmo che era nato qualcosa più in fondo,
ci sembrava d’ avere trovato la chiave segreta del mondo.
Non fu facile volersi bene, restare assieme
o pensare d’ avere un domani e stare lontani;
tutti e due a immaginarsi: “Con chi sarà?”
In ogni cosa un pensiero costante,
un ricordo lucente e durissimo come il diamante
e a ogni passo lasciare portarci via da un’ emozione non piena,
non colta:
rivedersi era come rinascere ancora una volta.
Ma ogni storia ha la stessa illusione, sua conclusione,
e il peccato fu creder speciale una storia normale.
Ora il tempo ci usura e ci stritola in ogni giorno che passa correndo,
sembra quasi che ironico scruti e ci guardi irridendo.
E davvero non siamo più quegli eroi
pronti assieme a affrontare ogni impresa;
siamo come due foglie aggrappate su un ramo in attesa.
“The triangle tingles and the trumpet plays slow”…
Farewell, non pensarci e perdonami
se ti ho portato via un poco d’ estate,
con qualcosa di fragile come le storie passate:
forse un tempo poteva commuoverti,
ma ora è inutile, credo, perché
ogni volta che piangi e che ridi
non piangi e non ridi con me.
“L’essenziale” è la canzone con cui Marco Mengoni vince il festival di Sanremo del 2013. Il brano è una romantica ballata d’amore, una dolce dichiarazione. Sempre con questa canzone il cantante ha rappresentato l’Italia all’Eurovision Song Contest 2013, il cosiddetto Eurofestival.
Sostengono gli eroi:
“se il gioco si fa duro,
è da giocare!”.
Beati loro, poi,
se scambiano le offese con il bene.
Succede anche a noi
di far la guerra
e ambire poi alla pace
e nel silenzio mio
annullo ogni tuo singolo dolore.
Per apprezzare quello che
non ho saputo scegliere.
Mentre il mondo cade a pezzi,
io compongo nuovi spazi
e desideri che appartengono anche a te,
che da sempre sei per me
l’essenziale.
Non accetterò
un altro errore di valutazione,
l’amore è in grado di
celarsi dietro amabili parole
che ho pronunciato prima che
fossero vuote e stupide.
Mentre il mondo cade a pezzi,
io compongo nuovi spazi
e desideri che appartengono anche a te.
Mentre il mondo cade a pezzi
mi allontano dagli eccessi
e dalle cattive abitudini,
tornerò all’origine,
torno a te che sei per me
l’essenziale.
L’amore non segue le logiche,
ti toglie il respiro e la sete.
Mentre il mondo cade a pezzi,
io compongo nuovi spazi
e desideri che appartengono anche a te.
Mentre il mondo cade a pezzi
mi allontano dagli eccessi
e dalle cattive abitudini,
tornerò all’origine,
torno a te che sei per me
l’essenziale.
“Ancora qui” è una bella canzone scritta da Ennio Morricone ed Elisa. Il brano fa parte della colonna sonora del film “Django unchained” di Quentin Tarantino. Il testo racconta di un addio che forse è solo un arrivederci, anche solo nel ricordo, tra due persone che si sono ferite e disilluse. E quel che è stato è stato.
Ancora qui,
ancora tu.
Ora però io so chi sei,
chi sempre sarai,
e quando mi vedrai
ricorderai.
Ancora qui,
ancora tu.
E spero mi perdonerai,
tu con gli stessi occhi
sembri ritornare
a chiedermi di me,
di come si sta,
e qui dall’altra parte
come va?
L’erba verde, l’aria calda
sui miei piedi e sopra i fiori,
si alza un vento tra i colori…
sembri quasi tu.
Anche il cielo cambia nome,
così bianco quel cotone,
ch’è veloce, che si muove,
perso in mezzo al blu.
E’ un qualcosa in te,
è quel che tornerà,
com’era già.
Ancora qui,
ancora tu.
E quel che è stato è stato ormai,
e con gli stessi occhi
sembri ritornare
a chiedermi di me,
di come si sta,
e in questo strano mondo
come va?
Ritornerai
e ritornerò.
Ricorderai,
ricorderò.
Ritornerai, ritornerò.
Ricorderai, ricoderò.
Ricorderai. Ricorderai.
Ricorderai, ricorderò.
Ricorderai,
io ti ricorderò.
Ricorderai, ricorderò.
Ricorderai, ricorderò.
© 2010 Noi parliamo italiano | RSS - Entra - Registrati
Dal gestore di Evanzio e Nostripensieri