Uomo del mio tempo

Tratta da Giorno dopo giorno, Mondadori, 1994

Caino e Abele - Gustave Dorè

Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
Quando il fratello disse all’altro fratello:
«Andiamo ai campi». E quell’eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
Salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.

In questi bellissimi versi, Salvatore Quasimodo fa un duro paragone tra l’uomo primitivo e l’uomo di oggi. L’uomo moderno, per il poeta, non è meno crudele e insensibile dell’uomo antico: è lo stesso uomo che metteva le persone alla forca, lo stesso uomo che usava la ruota per torturare, con la stessa voglia di uccidere e lo stesso odore di sangue che aveva Caino quando ha ucciso suo fratello Abele, come dice la Bibbia.
Dopo queste dure parole, Quasimodo si rivolge ai figli di oggi e chiede di rinnegare e dimenticare i propri genitori, perché il loro cuore è coperto da pensieri crudeli.

Movesi il vecchierel canuto e bianco

In questa bella poesia del ‘300, Francesco Petrarca si paragona ad un vecchio che va a Roma per vedere l’immagine di Gesù, così come il poeta si muove per vedere la sua amata Laura.
Il vecchio cerca nell’immagine sacra il volto di Cristo, Petrarca cerca in altre donne il volto di Laura.
C’è un contrasto tra il movimento descritto nelle prime strofe e il ragionamento dell’ultima strofa.
Il vecchio è anche immagine della vita umana e mentre il vecchio guarda ormai alle cose del cielo, il giovane guarda ancora alle cose terrene.

Vecchietto

Movesi il vecchierel canuto e bianco
del dolce loco ov’ha sua età fornita
e da la famigliuola sbigottita
che vede il caro padre venir manco;

indi traendo poi l’antiquo fianco
per l’estreme giornate di sua vita,
quanto piú pò, col buon voler s’aita,
rotto dagli anni, e dal cammino stanco;

e viene a Roma, seguendo ‘l desio,
per mirar la sembianza di colui
ch’ancor lassú nel ciel vedere spera:

cosí, lasso, talor vo cerchand’io,
donna, quanto è possibile, in altrui
la disïata vostra forma vera.

Parafrasi:

Si muove il vecchietto canuto (bianco) e bianco
dal dolce luogo dove ha trascorso la sua vita
e dalla sua famiglia sbigottita (scioccata)
dal vedere l’amato padre partire;

Quindi trascinando il vecchio fianco
per gli ultimi giorni della sua vita
si aiuta, quanto può, con la sua buona volontà,
distrutto dall’età e stanco per aver camminato.

E viene a Roma seguendo il desiderio
di vedere l’immagine di colui
che spera poi di vedere anche in cielo.

Allo stesso modo, purtroppo, io cerco,
o donna, l’immagine desiderata della vostra bellezza,
quanto è possibile in altre donne.

La grammatica non va presa troppo sul serio

La grGrammaticaammatica non va presa troppo sul serio. Ti dice che il verbo amare regge l’imperativo, ma puoi obbligare qualcuno ad amarti?
Ti dice che “me ne sono andato” è un passato prossimo, eppure la distanza la vedi tutta.
Non esiste la prima persona del verbo piovere, ma esiste quella del verbo morire, come se qualcuno potesse tornare a raccontarci di come è successo, mentre sarebbe più facile piovere dal cielo, specialmente quando siamo nuvoli.
La grammatica arriva pure a dirti che i verbi amare, sognare e restare, nella loro forma più semplice sono all’infinito; “parto” sarebbe solo indicativo, “ero felice” è imperfetto e “sarebbe diverso” è un condizionale, anche se le condizioni non ci sono più.
Io, per me, la grammatica non la prendo troppo sul serio.

tratto da La mia anima ha le scarpe rotte, Evanzio

Cipì

Cipì, scritto dal maestro e pedagogista Mario Lodi insieme con i suoi alunni, è la storia di un passerotto che, curioso e inquieto, scopre il mondo e ne conosce i pericoli e le opportunità. Catturato da alcuni bambini, alle prese con un gufo che uccide i passeri, feritosi contro un vetro, Cipì vede da vicino la morte quando incontra dei cacciatori, ma incontra anche il suo amore, Passerì, con cui costruirà un nido e una famiglia. Il libro, amato da tutti i bambini della scuola elementare italiana, insegna a essere curiosi e a voler sempre imparare e, soprattutto, a non dimenticarsi mai che la libertà va conquistata e difesa giorno dopo giorno.

Cipi

La morte di un amore

OrsacchiottoLa morte di un amore è come la morte d’una persona amata. Lascia lo stesso strazio, lo stesso vuoto, lo stesso rifiuto di rassegnarti a quel vuoto. Perfino se l’hai attesa, causata, voluta per autodifesa o buonsenso o bisogno di libertà, quando arriva ti senti invalido. Mutilato. Ti sembra d’essere rimasto con un occhio solo, un orecchio solo, un polmone solo, un braccio solo, una gamba sola, il cervello dimezzato, e non fai che invocare la metà perduta di te stesso: colui o colei con cui ti sentivi intero. Nel farlo non ricordi nemmeno le sue colpe, i tormenti che ti inflisse, le sofferenze che ti impose. Il rimpianto ti consegna la memoria d’una persona pregevole anzi straordinaria, d’un tesoro unico al mondo, nè serve a nulla dirsi che ciò è un’offesa alla logica, un insulto all’intelligenza, un masochismo. (In amore la logica non serve, l’intelligenza non giova e il masochismo raggiunge vette da psichiatria.) Poi, un po’ per volta, ti passa. Magari senza che tu sia consapevole lo strazio si smorza, si dissolve, il vuoto diminuisce e il rifiuti di rassegnarti ad esso scompare. Ti rendi finalmente conto che l’oggetto del tuo amore morto non era nè una persona pregevole anzi straordinaria, nè un tesoro unico al mondo, lo sostituisci con un’altra metà o supposta metà di te stesso e per un certo periodo recuperi la tua interezza. Però sull’anima rimane uno sfregio che la imbruttisce, un livido nero che la deturpa e ti accorgi di non essere più quello o quella che eri prima del lutto. La tua energia si è infiacchita, la tua curiosità si è affievolita e la tua fiducia nel futuro s’è spenta perchè hai scoperto d’aver sprecato un pezzo d’esistenza che nessuno ti rimborserà. Ecco perchè, anche se un amore langue senza rimedio, lo curi e ti sforzi di guarirlo. Ecco perchè, anche se in stato di coma boccheggia, cerchi di rinviare l’istante in cui esalerà l’ultimo respiro: lo trattieni e in silenzio lo supplichi di vivere ancora un giorno, un’ora, un minuto. Ecco infine perchè, anche quando smette di respirare, esiti a seppellirlo o addirittura tenti di resuscitarlo. Alzati Lazzaro e cammina.

tratto da Inshallah, di Oriana Fallaci