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Sono nata il 21 a primavera

Alda Merini Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

tratto da Vuoto d’amore, di Alda Merini

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Ma se poi penso veramente alla tua morte

AddioMa se poi penso veramente alla tua morte
in quale letto d’ospedale o casa o albergo,
in quale strada, magari in aria
o in una galleria; ai tuoi che cedono
sotto l’invasione, all’estrema terribile bugia
con la quale vorrai respingere l’attacco
o l’infiltrazione, al tuo sangue pulsare indeciso
e forsennato nell’ultima immensa visione
di un insetto di passaggio, di una piega di lenzuolo,
di un sasso o di una ruota
che ti sopravviveranno,
allora come faccio a lasciarti andar via?

tratto da Poesie, di Patrizia Cavalli

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La finanza ai tempi della globalizzazione

FinanzaIl problema non è il denaro sporco tradizionalmente inteso, quello della criminalità maxi e mini, ma il “denaro caldo”, i soldi senza patria che vagano per ilmondo avendo perduto qualunque traccia della loro origine. E’ il lato oscuro della globalizzazione: attraverso la rete informatica chiunque può decidere da quale Paese far partire l’operazione finanziaria, a seconda delle legislazioni che gli convengono di più; bastano pochi rapidi passaggi e tutto si confonde. Nel cuore segreto delle grandi banche (con l’armamentario sempre più complesso e inestricabile del private banking: le operazioni fuori bilancio o off-sheet, le SIV, le PIC, le shell company) si creano depositi protetti da cortine di extrariservatezza, in cui qualsiasi investigatore rimarrebbe impastoiato. I burocrati della polizia tributaria si muovono nelle banche come gli elefanti nei negozi di cristalli («mi scusi, lei sta parlando di denaro presente qui e ora, o del denaro depositato fino a cinque minuti fa?»); le banche la considerano legittima difesa, perché senza incertezza e volatilità non decollano i profitti. Da quel ventre profondo il denaro orfano, virtuale e aggressivo risale in superficie e si lancia in azzardi che a volte si ritorcono contro gli stessi ignari detentori iniziali: i soldi dei pensionati, in condi come Fidelity o Vanguard, possono mischiarsi al tesoro trafugato di un dittatore africano e causare indirettamente la turbolenza politica che mette in ginocchio i pensionati; coi soldi dei Verdi la Deutsche Bank può comprare titoli di un’impresa che garantisce il dieci di rendimento annuo e sta deforestando l’Amazzonia. I paradisi fiscali sono diventati un capro espiatorio, usato dalle Nazioni Unite (che ogni tanto ne chiudono qualcuno) per ripulirsi la coscienza: l’unica cosa che ormai si possa lavare in assenza di sporcizia materiale riconoscibile. C’è poco da riciclare, quando il ciclo è unico e integrato. Tra finanza legale e illegale non c’è più un limite preciso; la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre.
Quanto all’insader trading, o turbativa del mercato mediante impiego spregiudicato di informazioni riservate, anch’esso è molto mutato col mutare del concetto stesso di informazione: un tempo la quantità di informazione era misurabile, si trattava di aziende, consigli di amministrazone, decreti governativi, c’erano lobbu, amicizie familiari, soffiate («io non ti ho detto niente, però mi sa che questa ditta fa un aumento di capitale»); ne nasceva qualche indagine della Consob, che in genere finiva in nulla perché stava a loro dimostrare che avevi violato le regole e non eri stato fulminato da divina intuizione; con coloro che ti inquisivano magari alla fine ci diventavi amico.
Adesso, tanto per dare un’idea, solo per analizzare una CDO al quadrato costituita da centoventicinque titoli, avresti bisogno di informazioni su novemilatrecentosettantacinque posizioni finanziarie diverse. Qualunque analista si arrende, tende a fidarsi, lascia l’iniziativa ai modelli informatici.
Una singola informazione è una goccia nel mare: servono informazioni-quadro o strutturali, e gli unici che possono dartele sono i politici (sarebbero i politici, se molti di loro non fossero ormai diventati dei passacarte). Quelle che servono di più sono le “informazioni rinforzate”, cioè le informazioni che portano con sé l’operatività necessaria per autoavverarle; se per esempio un’agenzia di rating decide di abbassare la valutazione di un’impresa, quella si troverà davvero nei guai e la sua futura solvibilità diminuirà realmente. Nei Paesi più disinvolti, dove l’accumulazione primitiva delc apitale sta replicando le violenze dei pirati inglese del Seicento o dei robber baron ottocenteschi, per inverare una previsione favorevole non ci si arresta davanti al sangue. Invece di anticipare i fatti, li si provoca eliminando gli ostacoli al loro accedere. Dirigenti, ufficiali, giornalisti muoiono come mosche. Ma puoi anche sfruttare percorsi più soft.
Metti che ci sia in Uganda una preziosa miniera di tantalite, la cui polvere fa venire il cancro; tu finanzi una ruvida protesta degli ambientalisti, ci sono dei mortie la miniera viene chiusa dalle autorità; dopo un anno, in mancanza di alternative e sfumata l’attenzione dei media, il governo ordina di riaprirla parando sugli oppositori. Tu ci hai guadagnato un botto con le opzioni, prima allungandoti e poi shortando; tutto sarà rubricato nella categoria “scontri tribali”. La cosa bella del tradare via schermo è che non le vedi nemmeno, le facce di quelli che stai fottendo.

tratto da Resistere non serve a niente, di Walter Siti

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Er disarmo

- Se faranno er disarmo generale,
borbottava la Vipera – è finita!
Er veleno che ciò, va tutto a male.
Nun m’arimane che una via d’uscita
in quarche redazzione de giornale…-

Er Porcospino disse: – Certamente
puro per me sarebbe un guaio grosso:
perché Dio guardi je venisse in mente
de levamme le spine che ciò addosso
nun resterei che porco solamente.

di Trilussa (1918)

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Apologo sull’onestà nel paese dei corrotti

C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, né che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti più o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perché quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si è più capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente cioè chiedendoli a chi li aveva, in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori in genere già aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo d’una sua armonia.

Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perché per la propria morale interna ciò che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito; anzi, benemerito: in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalità formale quindi non escludeva una superiore legalità sostanziale. Vero è che in ogni transizione illecita a favore di entità collettive è usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che per la morale interna del gruppo era lecito, portava con sé una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene il privato che si trovava a intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro d’aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioè poteva senza ipocrisia convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita.

Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale alimentato dalle imposte su ogni attività lecita, e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Perché in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse) la finanza pubblica serviva a integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attività che sempre in nome del bene comune s’erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse che in altre epoche e civiltà poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza d’atto di forza (così come in certe località all’esazione da parte dello stato s’aggiungeva quella d’organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori pur provando anziché il sollievo della coscienza a posto la sensazione sgradevole d’una complicità passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attività illecite, normalmente esentate da ogni imposta.

Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva d’applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino a allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziché la soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse d’un regolamento di conti d’un centro di potere contro un altro centro di potere.
Cosicché era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle battaglie intestine tra interessi illeciti, oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e d’interessi illeciti come tutti gli altri.

Naturalmente una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche (e tante altre attività più modeste fino allo scippo in motoretta) s’inserivano come un elemento d’imprevedibilità nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita.

In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che, usando quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge, e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini, illustri e oscuri, si proponevano come l’unica alternativa globale al sistema. Ma il loro vero effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile, confermandone la convinzione d’essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla.

Così tutte le forme d’illecito, da quelle più sornione a quelle più feroci si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilità e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto dunque dirsi unanimemente felici, gli abitanti di quel paese, non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.

Erano costoro onesti non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, né patriottici né sociali né religiosi, che non avevano più corso), erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso. Insomma non potevano farci niente se erano così, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno col lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione d’altre persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto loro erano i soli a farsi sempre degli scrupoli, a chiedersi ogni momento cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtù sono cose che trovano troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in malafede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per sé (almeno quel potere che interessava agli altri); non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute più nascoste; in una società migliore non speravano perché sapevano che il peggio è sempre più probabile.

Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che così come in margine a tutte le società durante millenni s’era perpetuata una controsocietà di malandrini, di tagliaborse, di ladruncoli, di gabbamondo, una controsocietà che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare la società, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della società dominante e affermare il proprio modo d’esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di sé (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera e vitale, così la controsocietà degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversità, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa d’essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno più dire, di qualcosa che non è stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’è.

(Italo Calvino, 15 marzo 1980)

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