La finanza ai tempi della globalizzazione

FinanzaIl problema non è il denaro sporco tradizionalmente inteso, quello della criminalità maxi e mini, ma il “denaro caldo”, i soldi senza patria che vagano per ilmondo avendo perduto qualunque traccia della loro origine. E’ il lato oscuro della globalizzazione: attraverso la rete informatica chiunque può decidere da quale Paese far partire l’operazione finanziaria, a seconda delle legislazioni che gli convengono di più; bastano pochi rapidi passaggi e tutto si confonde. Nel cuore segreto delle grandi banche (con l’armamentario sempre più complesso e inestricabile del private banking: le operazioni fuori bilancio o off-sheet, le SIV, le PIC, le shell company) si creano depositi protetti da cortine di extrariservatezza, in cui qualsiasi investigatore rimarrebbe impastoiato. I burocrati della polizia tributaria si muovono nelle banche come gli elefanti nei negozi di cristalli («mi scusi, lei sta parlando di denaro presente qui e ora, o del denaro depositato fino a cinque minuti fa?»); le banche la considerano legittima difesa, perché senza incertezza e volatilità non decollano i profitti. Da quel ventre profondo il denaro orfano, virtuale e aggressivo risale in superficie e si lancia in azzardi che a volte si ritorcono contro gli stessi ignari detentori iniziali: i soldi dei pensionati, in condi come Fidelity o Vanguard, possono mischiarsi al tesoro trafugato di un dittatore africano e causare indirettamente la turbolenza politica che mette in ginocchio i pensionati; coi soldi dei Verdi la Deutsche Bank può comprare titoli di un’impresa che garantisce il dieci di rendimento annuo e sta deforestando l’Amazzonia. I paradisi fiscali sono diventati un capro espiatorio, usato dalle Nazioni Unite (che ogni tanto ne chiudono qualcuno) per ripulirsi la coscienza: l’unica cosa che ormai si possa lavare in assenza di sporcizia materiale riconoscibile. C’è poco da riciclare, quando il ciclo è unico e integrato. Tra finanza legale e illegale non c’è più un limite preciso; la pretesa di mettere sotto controllo la speculazione babelica e apolide è come voler mettere sotto controllo la rotazione terrestre.

Quanto all’insader trading, o turbativa del mercato mediante impiego spregiudicato di informazioni riservate, anch’esso è molto mutato col mutare del concetto stesso di informazione: un tempo la quantità di informazione era misurabile, si trattava di aziende, consigli di amministrazone, decreti governativi, c’erano lobbu, amicizie familiari, soffiate («io non ti ho detto niente, però mi sa che questa ditta fa un aumento di capitale»); ne nasceva qualche indagine della Consob, che in genere finiva in nulla perché stava a loro dimostrare che avevi violato le regole e non eri stato fulminato da divina intuizione; con coloro che ti inquisivano magari alla fine ci diventavi amico.
Adesso, tanto per dare un’idea, solo per analizzare una CDO al quadrato costituita da centoventicinque titoli, avresti bisogno di informazioni su novemilatrecentosettantacinque posizioni finanziarie diverse. Qualunque analista si arrende, tende a fidarsi, lascia l’iniziativa ai modelli informatici.
Una singola informazione è una goccia nel mare: servono informazioni-quadro o strutturali, e gli unici che possono dartele sono i politici (sarebbero i politici, se molti di loro non fossero ormai diventati dei passacarte). Quelle che servono di più sono le “informazioni rinforzate”, cioè le informazioni che portano con sé l’operatività necessaria per autoavverarle; se per esempio un’agenzia di rating decide di abbassare la valutazione di un’impresa, quella si troverà davvero nei guai e la sua futura solvibilità diminuirà realmente. Nei Paesi più disinvolti, dove l’accumulazione primitiva delc apitale sta replicando le violenze dei pirati inglese del Seicento o dei robber baron ottocenteschi, per inverare una previsione favorevole non ci si arresta davanti al sangue. Invece di anticipare i fatti, li si provoca eliminando gli ostacoli al loro accedere. Dirigenti, ufficiali, giornalisti muoiono come mosche. Ma puoi anche sfruttare percorsi più soft.
Metti che ci sia in Uganda una preziosa miniera di tantalite, la cui polvere fa venire il cancro; tu finanzi una ruvida protesta degli ambientalisti, ci sono dei mortie la miniera viene chiusa dalle autorità; dopo un anno, in mancanza di alternative e sfumata l’attenzione dei media, il governo ordina di riaprirla parando sugli oppositori. Tu ci hai guadagnato un botto con le opzioni, prima allungandoti e poi shortando; tutto sarà rubricato nella categoria “scontri tribali”. La cosa bella del tradare via schermo è che non le vedi nemmeno, le facce di quelli che stai fottendo.

tratto da Resistere non serve a niente, di Walter Siti





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